Come vi ho anticipato nel precedente post, nella tarda serata di ieri l'attore Stefano Pesce ha recitato il mio racconto breve "Morire per lavoro" nel corso della trasmissione Niente di Personale condotta da Antonello Piroso, direttore della testata giornalistica dell'emittente.
Alla mia soddisfazione personale per il fatidico quarto d'ora di celebrità catodica, si aggiunge il piacere di aver contribuito a riportare per un momento nella mente di tutti noi il ricordo di sette persone, speciali perché comunissime, che non ci sono più. Solo ricordando le loro vite interrotte e quelle di altre centinaia di lavoratori come loro, potremo adoperarci ogni giorno affinché simili tragedie non accadano mai più.
Riporto il testo dell'adattamento televisivo che ho realizzato per la puntata di ieri e il filmato con la splendida e densa interpretazione di Stefano Pesce. Noterete qualche lieve discrepanza: Stefano ha sentito particolarmente il testo, tanto da volerlo imparare a memoria per recitarlo con il massimo trasporto. Le differenze, poche e minime, dimostrano quanto il senso del testo abbia travalicato le semplici parole per portarsi su un piano molto più alto: quello dei sentimenti.
Morire per lavoro (adattamento televisivo)
Salve, sono un operaio. Sì esistiamo ancora, ma non abbiate paura: io sono già morto.
Avete sfilato per le strade della mia città con il lutto al braccio, avete osservato qualche minuto di silenzio deponendo fiori per ricordare me e i miei sei compagni di lavoro scomparsi in quell'inferno di fabbrica. Ma noi eravamo già morti, bruciati nell'animo dall'indifferenza.
Non potete immaginare cosa voglia dire lavorare per sedici ore consecutive tra il rumore, la puzza di combustibile e un calore che ti scioglie le ossa e ogni pensiero. Dopo una decina di ore non capisci più quello che stai facendo. Vai avanti per inerzia con gesti automatici e alla morte nemmeno ci pensi. Perché morire lavorando è la cosa più assurda che ti possa succedere. Magari ci scherzi su col caposquadra, che ti lancia un'occhiata paterna e bonaria prima di dirti «Badòla, torna a lavorare!», perché ha la commissione da terminare e in fretta. Già, le commissioni. Qui parlavano tanto di smantellamento, eppure continuavano a dirottare su Torino tante di quelle lavorazioni che ho ormai perso il conto. Ufficialmente, però, stavamo smantellando. Così, qualcuno di noi si ritrovava pure a fare le pulizie. Altro che operai specializzati. Schiavi a ore, ecco cos'eravamo.
Capita poi un giorno che per il sovraccarico di lavoro scoppi un tubo pieno di olio lubrificante. Quei tubi che ti avvolgono come un boa per tutta la fabbrica, ma mica ci pensi che potrebbero stringerti in un atroce finale. L'olio si è incendiato quasi subito e, ve lo assicuro, vedere i propri amici, i propri compagni di sudore, quelli di cui conosci mogli, figli... Vederli arsi vivi, beh, ti uccide ancor prima di essere morto. Per me è stato così, almeno. Non mi sono nemmeno accorto che stavo facendo la loro stessa fine.
È strano, sapete? Dopo i primi istanti di dolore, in cui vorresti strapparti il cuore, non senti più nulla. Il fuoco purifica, ma soprattutto ti brucia tutte le terminazioni nervose della pelle e non senti più dolore. Almeno così dicevano i medici mentre cercavano di staccarmi i vestiti, che si erano ormai fusi sulla mia pelle. Li sentivo, ma non potevo vederli, accecato da quel fumo nero e denso che ormai sentivo vivere dentro di me. Più di me.
Sono venuti in tanti a gridarmi di non mollare, di tenere duro per poter raccontare un giorno l’inferno che ho vissuto in Terra. Ma l’arrivo del Natale ha affogato nel silenzio la loro disperazione: la gente vuole essere felice durante le feste e avrei voluto esserlo anche io. Qualcuno si ricorderà ancora di me, del settimo operaio morto nel rogo della Thyssen, ma per la maggior parte rimarrà solo l’immagine di una corona di fiori presa a calci e stracciata dalla rabbia ormai muta di chi ha dovuto dire addio in pochi giorni a sette amici, a sette frammenti della propria vita.
In un luogo fuori dal tempo e dallo spazio, ho vissuto le mie ultime ore in un corpo che non sentivo più mio, con l’anima rotta dal dolore e dalla rabbia di chi si è visto rubare la gioia di una donna amorevole al proprio fianco, di una famiglia, di un bicchiere con gli amici, di una vita normale come milioni di altre vite.
Ventiquattro giorni di pura agonia e poi via, nemmeno il tempo per una lacrima. Tanto non l'avrei sentita rigarmi il viso.
Ora è finita, ho timbrato il cartellino per l'ultima volta mercoledì 5 dicembre. Avevo 26 anni ed ero operaio. Non esistevo prima e tra qualche giorno non esisterò più.